Il 10 agosto 2006, a Gerusalemme, in via Sultan Suleiman, la violenza di un gesto cieco interruppe la vita di Angelo Frammartino, un ragazzo, uno di noi.
Angelo aveva ventiquattro anni, laureando in giurisprudenza ed era partito per un campo di volontariato presso il centro “La Torre del Fenicottero”, nella Città Vecchia, per stare accanto ai bambini palestinesi a cui il conflitto sottrae, giorno dopo giorno, il diritto all’infanzia, lavorando ad un progetto concreto di incontro fra i due popoli, palestinese ed israeliano.
Angelo non è caduto combattendo. È caduto mentre praticava l’unica forma di coraggio che non produce nuove vittime: quella di chi attraversa i confini dell’odio senza armi, con la sola forza della presenza, dell’ascolto, del tempo donato agli altri. È in questa scelta – non nella sua morte – che risiede la sua eredità.
Oggi più che mai va detto in modo forte: la non violenza che questa Fondazione vuole fortemente custodire non è rassegnazione, né neutralità di fronte all’ingiustizia: è la decisione, ostinata e disarmata, di riconoscere l’umanità anche in chi ci viene indicato come nemico.
Vent’anni dopo, quella lezione ci raggiunge con una durezza nuova. Il mondo che Angelo aveva sognato più giusto è oggi attraversato da guerre vecchie e nuove, dal ritorno di un linguaggio che presenta la forza come unica risposta possibile e la pace come ingenuità.
Sono di nuovo i civili, e ancora e soprattutto i bambini, a pagare il prezzo più alto. In questo scenario, ricordare Angelo non è un atto di nostalgia: è un esercizio di responsabilità.
A vent’anni di distanza, la Fondazione rinnova il proprio impegno perché il suo nome continui a significare educazione alla pace, incontro tra i popoli, dialogo là dove sembra impossibile.
Perché nessuna commemorazione è autentica se non diventa lavoro quotidiano.
Ancora una volta: «Bisogna imparare ad amare daccapo, bisogna tornare ad amare ogni giorno»

Il Presidente della Fondazione Angelo Frammartino ONLUS


