In occasione del ventennale dalla scomparsa di Angelo, pubblichiamo integralmente l’articolo apparso sul Manifesto, dedicato alla sua figura e alla sua eredità.
Ad at-Tuwani, villaggio palestinese di Masafer Yatta, quattro piccoli pannelli sono allineati su un muretto a secco. Portano i volti di Angelo Frammartino, Tom Hurndall, Rachel Corrie e Vittorio Arrigoni. Più in basso, una frase in inglese e in arabo: «L’umanità vincerà. Insieme, per porre fine all’occupazione». Da questa immagine comincia il racconto.
Poi bisogna tornare indietro, alla sera del 10 agosto 2006, vent’anni fa. Angelo, originario di Monterotondo, un comune a nord-est di Roma, aveva ventiquattro anni ed era arrivato a Gerusalemme per partecipare a un progetto di volontariato e cooperazione per bambini e adolescenti palestinesi. Nella Città Vecchia collaborava con il centro Burj al-Luq Luq, svolgendo attività educative e di sostegno scolastico.
MENTRE PERCORREVA Sultan Suleiman Street, fu ucciso da un palestinese della sua stessa età, che lo aveva scambiato per un israeliano. Nei giorni successivi, una parte della stampa e della politica di centrodestra, insieme ad alcuni ambienti filoisraeliani, trasformarono l’omicidio in un argomento contro la solidarietà con i palestinesi. Una lettura che pretendeva di usare la sua morte per delegittimare la scelta che lo aveva portato in Palestina. Il padre Michelangelo respinse questa strumentalizzazione e ricondusse quella tragedia al contesto più profondo: il figlio, disse, era vittima dell’ingiustizia del mondo e la sua morte era il prodotto della guerra.
Da allora Angelo è diventato un simbolo della nonviolenza. Ma ogni simbolo rischia di perdere la persona dalla quale è nato. «Quello che rimane fuori è la semplicità dell’esistenza umana di Angelo», racconta a il manifesto Alessandro Zattini, che lo conobbe alla scuola primaria e gli rimase accanto nella crescita. Insieme ad Alessandro Cialli, anche lui amico di sempre, guida oggi la Fondazione Angelo Frammartino di Monterotondo.
«Prima del cooperante e del militante c’era un ragazzo curioso, attento agli altri, legato agli amici e ai compagni, desideroso di conoscere realtà nuove. Insistere sulla sua semplicità significa evitare che volontariato e impegno civile sembrino gesti da eroi. Grandi passioni e grandi modi di sentire sono alla portata di ciascuno», dice Zattini. È forse il suo primo lascito, quello di mostrare che una vita comune può scegliere di non essere indifferente.
Dopo quel 10 agosto, la preoccupazione immediata, prosegue Zattini, fu stare accanto alla famiglia, che affrontò con grande forza una perdita «tragica e innaturale». Intanto, però, intorno alla morte di Angelo si raccolse una partecipazione molto più ampia: gli amici, tanti ragazzi e ragazze, la città di Monterotondo, le associazioni italiane e internazionali. Non era soltanto la reazione emotiva a un omicidio, perché a mobilitare le persone era anche ciò che Angelo aveva rappresentato con la sua scelta di partire e di impegnarsi in un progetto di pace. «Siamo stati sospinti da quella passione – dice Zattini – E da questa spinta nacque la Fondazione».
IL SECONDO PIANO da affrontare fu, ed è tutt’ora, anche pubblico e politico. Trasformare il dolore in iniziative concrete significò misurarsi con il territorio. Zattini indica proprio nel rapporto con gli istituti scolastici di Monterotondo e della provincia di Roma uno dei risultati più solidi costruiti negli anni. Parla di insegnanti capaci di continuare a lavorare, spesso in condizioni difficili, sui temi della pace e della nonviolenza.
È soprattutto nelle classi, nel confronto con studenti che crescono esposti ogni giorno alle immagini dei conflitti, che la memoria di Angelo esce dal recinto della commemorazione e si misura con il modo in cui una nuova generazione impara a guardare la guerra. «Pace e nonviolenza – prosegue Zattini – non hanno colori: dovrebbero essere il minimo comune denominatore di una Repubblica che ripudia la guerra. Angelo era militante di Rifondazione comunista, ma la sua esperienza ha superato quell’appartenenza. La sofferenza dei più deboli, dei bambini e degli abitanti di Gaza non può dipendere dallo schieramento. Ridurre la pace a patrimonio di una fazione sarebbe già una sconfitta».
Prosegue Cialli: «In vent’anni questa idea è diventata lavoro concreto, con i laboratori nelle scuole, il “Framma Day”, la scuola Penny Wirton con lezioni gratuite di italiano per le persone straniere».
A vent’anni di distanza, il rischio è che il ricordo si separi dall’impegno. Lo dice Cialli, indicando il punto sul quale si misura il futuro della Fondazione: «Il rischio più grande è che questa diventi, come tante altre, la storia di un ragazzo ucciso e rimasta lì, una vicenda da raccontare senza che ne derivi alcun lavoro sulla comunità. Bisogna tenere vivo il ricordo, ma non soltanto per la sua morte: per la cura quotidiana necessaria a migliorare il mondo in cui viviamo, cominciando da ciò che ci è vicino e allargando poi sempre di più lo sguardo».
Fonte: https://ilmanifesto.it/angelo-frammartino-ventanni-dopo-cose-nato-dallimpegno-in-palestina


